Lucrezia Borgia
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La Storia
Lucrezia Borgia
Dunque Lucrezia Borgia fu in Castiglione ed in uno dei periodi più turbinosi della sua vita. Ella dovè sentire profondamente la solitudine sconsolata dei luoghi e, nel silenzio delle notti palpitanti d'azzurro e di costellazioni, accordare la sua anima al fascino del paesaggio riposante, nella sinfonia del verde, e cullarla in una miriade di sogni ritmati dalla canzone del fiume, che sale laggiù dalla vallata, con l'aria satura di fragranze misteriose.

L'Azzunos ci tramanda una descrizione di Lucrezia conforme a quella degli altri cronisti contemporanei. Di statura media e "de complectione delicata", gli occhi fosforescenti velati da un'incertezza di sogno ed i capelli biondi e luminosi, abitualmente raccolti in una rete d'oro "legera come fumo", "i più soavi e leggiadri capelli del mondo" come scrisse il Byron: ella fu definita "la plus trionphante princesse". Fu una delle più esperte ricamatrici del Rinascimento e indossò abitualmente ricchissime vesti tessute d'oro e di seta.

Secondo l'Azzunos, Lucrezia erogò una cospicua somma per l'erezione di una cappella al S. S. Sacramento nella chiesa di S. Michele, promettendo di ottenere subito la relativa bolla papale. In seguito però, prima forse per le vicende che la travolsero nei contrasti suscitati dalle passioni dei Borgia, poi per la morte di Alessandro V (?) al quale successe, dopo il breve pontificato di Pio III, il Della Rovere Giulio II ostile alla sua casa, ella non potè vedere esaudito il suo voto.

Lucrezia Borgia è l'ultima, forse la maggiore delle grandi figure femminili della Rinascenza, che sono investite dall'amore come da un turbine, e di amore ardono fino allo spasimo.

La leggenda l'ha trasformata addirittura in un mito, sicchè, ella resta tuttora avvolta in un mistero quasi impenetrabile. Bisogna perciò spogliarsi dei preconcetti se si vuol riconoscere quanto vi sia di vero o di fantastico nella sua storia travolgente, e far giustizia di tutte le menzogne che la svisarono per il passato, aggiornandole con i risultati della critica moderna.

Sebbene intanto molti autori, sostituendo la storia ad un romanzo, abbiano smentita l'opinione tradizionale che si aveva di lei, prospettandola anzi come una figura spirituale, pure "l'immaginazione di quanti si compiacciono di addebitare gratuitamente delle colpe a persone tipiche, appartengono esse al mito o alla storia la concepisce ancora una furia con insieme i lineamenti dolcissimi di una grazia".

Victor Hugo accumulò su lei evidenze di ogni colpabilità, fino a fare meretricio dell'eterno femminino e creare la più ribalda delle creature umane, rendendo sopportabile molte irrealtà e stranezze. Certo della Lucrezia dell'Hugo non rimase più nulla da quanto il Gregorovius riuscì a dimostrare che Lucrezia si mantenne per tutta la vita elemento di cultura e di elevazione morale. E se con accuse e calunnie mostruose la si volle ad ogni costo profanare, ciò potè avvenire perchè ella ebbe contro di sé la tenacia di tutte le invidie e di tutte le maldicenze.

Lucrezia visse in un periodo di fasto iperbolico e di sfrenata licenza di quel Rinascimento che fu definito il baccanale della civiltà. La corte Borgia fu una delle più sfolgoranti dell'epoca. Apparve Lucrezia con gli occhi natanti nell'azzurro delle illusioni. La sua superba bellezza soverchiò il fascino di tutte le bellezze della natura e dell'arte. A lei si schiuse d'un subito la vertigine delle sensazioni, ma, attraverso il tumulto del desiderio e del peccato, ella passò senza subirne gli effetti malefici, quasi immunizzata da un alone di virtù che la isolasse fra tutti i corrotti.

Tuttavia, sebbene sul conto di Lucrezia non sia dato scoprire tracce d'intrighi amorosi durante la sua permanenza nella Corte Vaticana, proprio in quel tempo si addensarono su lei le ombre calunniose dalle quali non potè mai liberarsi, triste appannaggio della sua vita romanzesca e viatico che l'accompagnerà dopo la morte lungo il cammino dei secoli.

Il Guicciardini per primo l'accusò palesemente d'incesto. Ma il dispaccio autentico dell'inviato ferrarese in Milano del 23 Giugno 1497 dimostra che propagatore delle calunnie sul conto di Lucrezia fu il marito ripudiato. Papa Alessandro fece pesare su di lei una autorità prepotente, dalla quale ella non potè sottrarsi, poiché l'educazione e la religiosità la rendevano ligia alla bestiale tirannide paterna come ad un potere occulto che la dominasse, ma nessuno, meno abbietto dello Sforza, avrebbe pensato di invocare quella obbedienza meccanica per dare una base di verosimiglianza a delle turpi calunnie.

Molti cronisti contemporanei cercarono di scagionare Lucrezia dalle accuse obbrobriose e quasi tutti i poeti dell'epoca le resero omaggio della più ardente ammirazione, fino a idealizzarla nell'eterno simbolico femminino.

Concordemente, cronisti e avversari della casa Borgia ci informano che tutte le folle furono travolte da un'ondata di delirante ammirazione e si dilettarono di pascere le loro fantasie incantate nella visione della sua bellezza fascinatrice. Fu infatti una di quelle donne nate per travolgere anche uomini inaccessibili ai tormenti della passione. Il suo volto iliale era illuminato da grandi occhi egiziani; mentre la supremazia dell'ingegno e la nobiltà della stirpe conferivano una solenne regalità al ritmo armonioso delle sua forme. Alla sua raffinata eleganza vuolsi che il Raffaello e il Pinturicchio si ispirassero per vestire le loro Madonne. Lucrezia Borgia appartiene ormai al mondo mitologico di quelle donne superiori, le quali vennero travolte da raffiche di tragedie e si vedono come in un sogno oltre i confini della realtà.

Lucrezia Borgia nacque a Roma il 18 Aprile 1480 dal cardinale Rodrigo De Borgia, o De Borja, oriundo di Xativa presso Valenza, e da Vanotia De Captaneis, ritenuta figlia di Vannuccio Farnese. Fu affidata prima alla cugina Adriana dei Mila e in seguito alle monache del Monastero di S. Sisto. Acquistò ben presto una cultura superiore. A lei si fece credere lungamente di essere nipote di Rodrigo, sebbene eran quelli tempi senza ombra di scrupoli morali. La corte papale brulicava di amanti e di figli di preti.

Lucrezia dovè certo aver sentore delle brutture dell'ambiente nel quale viveva e salutare come una liberazione il divisamento del padre di sposarla ad un principe italiano. Infatti Alessandro la dette in moglie il 2 Febbraio 1493, appena tredicenne, a Giovanni Sforza duca di Pesaro. Ma appena quattro anni dopo, papa Alessandro fece invitare il genero a divorziare da Lucrezia; e quegli, essendosi rifiutato, ebbe appena tempo di mettersi in salvo, fuggendo alla volta di Pesaro. Di là si recò presso Ludovico il Moro e gli altri principi regnanti perchè gli facessero restituire la moglie, ma Alessandro rispose alle intercessioni delle corti italiane sciogliendo il matrimonio di sua figlia con lo Sforza, il quale "scrisse de sua mano non haverla mai cognosciuta". Ambasciatori presso il Vaticano raccontano che Lucrezia non vide con piacere lo scioglimento del matrimonio, perciò interruppe le relazioni col padre e col fratello e si ritirò nel Monastero di S. Sisto. Fu pertanto in quell'epoca che si diffusero le prime voci calunniose sul conto di lei, perchè lo Sforza, divulgò una contro dichiarazione verbale con la quale affermava "chel papa non ghelha tolta (la moglie) per altro se non per usare con lei". Invece Alessandro aveva voluto disfarsi d'un genero avariato e inetto per imparentarsi con la casa d'Aragona in piena decadenza, nella speranza di usurpare il Regno di Napoli per il Valentino.

Re Federico, a malincuore accettò la proposta del papa di sposare Lucrezia a suo nipote Alfonso duca di Bisceglie e dette l'assenso al matrimonio, il 21 Luglio 1498. I due bellissimi principi furono sospinti l'uno verso l'altro da un mistico rapimento. Alfonso trovò in Lucrezia la compagna ideale che seppe riamarlo con la stessa devozione di cui egli era capace. Fu perciò il solo che ne ebbe il pieno e trionfale possesso. Purtroppo l'assassinio di Alfonso, il 18 Agosto 1500, distrusse per sempre la felicità che aveva fatta vivere brevemente ai due giovani principi una vita piena di prodigiose illusioni. "La pietosa fine del marito immerse Lucrezia in una desolazione disperata. Ella insorse contro il mostruoso fratello e contro il padre che per quel misfatto aveva mostrato tanta cinica indifferenza". Il papa la mandò a Nepi ove ella potè sfogarsi in lacrime.

Tornò a Roma nel settembre, e Alessandro divisava di darla in moglie ad un altro principe più cospicuo dell'Aragonese: un d'Este di Ferrara, per assicurare al Valentino la definitiva conquista e il possesso delle Romagne. Ma prima di informare i d'Este dei suoi desiderii, parlò in concistoro del prossimo matrimonio della figlia con l'erede al trono di Ferrara. Dopo un primo rifiuto da parte di Ercole I, vide accolta la sua richiesta di dar Lucrezia in moglie al principe Alfonso. Il 30 Dicembre 1500, il matrimonio dei due principi fu celebrato per procura in Vaticano, e, il 6 Gennaio 1501, Lucrezia partì da Roma alla volta di Ferrara. Ebbe onori sovrani in tutte le contrade ove passò come una incantevole visione e entrò in Ferrara il 1 Febbraio. Narrano i cronisti contemporanei che ella sembrava astratta e quasi trasognata. Usciva dalla penombra d'una vita silenziosa più di un lento morire. Ferrara, ove l'aspettava il marito a lei ancora sconosciuto, contava allora centomila abitanti ed era quindi molto più popolosa di Roma ed il tasso morale della corte estense non superava certo quello del Vaticano. Era sopraffatta dalla nostalgia del passato. A riceverla in Ferrara era anche Isabella Gonzaga, ritenuta una delle più belle donne d'Italia, la quale dovè sentirsi oscurata dalla leggiadria della cognata.

Tutti i poeti della corte (fra essi Bembo, Ariosto e gli Strozzi) videro splendere la bionda duchessa in un trionfo di luce e di colori e parvero voler assorbire tutto il fascino dei suoi occhi incantatori.

Alfonso d'Este detto l'artigliere, già vedovo di Anna Sforza, aveva allora venticinque anni. Era il soldataccio grossolano che non poteva certo compensare Lucrezia del dono che ella gli faceva di sé. Dedicava i ritagli di tempo agli amorazzi e Sua Santità se ne compiacque.

Per quanto le sue relazioni col marito fossero corrette, egli doveva disgustarla e la sua presenza fisica darle un senso di disagio e di malessere. Ella dovè estraniarsi dalla realtà quotidiana e sentire il bisogno di rifugiarsi in un affetto calmo e fraterno.

Ormai era la pianta intristita dal gelo. E la primavera venne con Pietro Bembo. Tutti i poeti della corte di Ferrara si inebriarono di amore per Lucrezia: Ariosto, Tito Strozzi e il figlio Ercole (che dovè destare la gelosia di Alfonso). Più in vista degli Strozzi e dell'Ariosto, ancora giovane ed oscuro, era il Bembo, il quale varcava appena la trentina. Fu travolto da una vera follia amorosa per Lucrezia. Sull'animo di questa esercitò certamente una grande influenza la lunga comunanza artistica e spirituale col poeta. Ella d'altronde non aveva oltrepassata l'età dei pericoli. La giovinetta romantica e inebriata di sogni si lasciò travolgere da quell'amore che le rese lieta la solitudine e caro il silenzio e le fece godere ancora una piena ora di ardente abbandono prima che la triste decadenza avesse inizio. Un amore colpevole, lo rese puro a forza di abnegazione e vi portò senza avvedersene il contorto spasimo di quell'altro amore. I due si amarono di un amore ardente che restò sempre platonico: la duchessa consigliò il Bembo di allontanarsi da Ravenna. I due innamorati si tennero però avvinti da febbrili messaggi. Le lettere di Lucrezia al Bembo furon diffuse dal Byron e sono nove in tutto, due spagnole e sette italiane. Esse diranno sempre contro ogni oblio tutta la delicatezza del suo animo e faranno sentire il sincero patimento spirituale e intellettuale della sua coscienza tormentata. Il poeta, oltre a dedicarle gli Asolani, risponde da par suo con lettere accorate e fascinatrici. Fu quello il dono che la Duchessa ricambiò con una treccia di capelli. Quei capelli furono certo pettinati e accarezzati prima che le ancelle li recidessero con mani convulse, mentre Lucrezia vedeva forse levarsi davanti a lei le ombre di Francesco e Parisina.

Dicono che siano divenuti aerei, evanescenti, quasi imponderabili, ed abbian perduto la doratura e il profumo. Forse quando Lord Byron li baciò a lungo ne aspirò l'estremo alito di sogni e di promesse!

Il 25Gennaio 1505, morto Ercole I, Lucrezia salì al trono di Ferrara e da allora in poi fu l'animatrice di ogni vita spirituale e la madre premurosa del popolo, fino a spogliarsi delle perle per alleviare le conseguenze della carestia, apportata dalle lunghe guerre alle quali Alfonso aveva preso parte. Già fin dalla morte del padre, nel 1503, si era dedicata ad una vita di carità e di raccoglimento. Il Bembo descrive l'angoscia di Lucrezia per quella tragica fine che terrorizzò tutta Italia. Il papa morì di veleno, propinatogli per errore durante un banchetto da un cameriere incaricato di sopprimere alcuni invitati del Valentino.

Lucrezia morì a trentanove anni, il 24 Giugno 1519, dieci giorni dopo aver partorito una bambina morta. Era già malata quando si approssimava allo sgravo, perciò invocò dal papa la benedizione. Dopo morta si venne a sapere che le sue carni delicatissime erano state, per oltre dieci anni, tormentate dal cilizio. Si spense colei la cui vita fu intessuta di sorrisi e di singhiozzi e i cui complessi elementi spirituali si fusero nel fuoco di una passione senza limiti e d'un patimento senza conforto.

E forse attorno alle sue spoglie gentilissime si levò un fruscio di carezze e un lungo brivido di baci!

Della bella duchessa furono col tempo infranti gli stemmi, violata la tomba e disperse le ossa, ma essa fremerà in eterno nella rievocazione delle sue lacrime e delle sue passioni, e tormenterà le anime sognatrici col desiderio disperato di andare a ritroso del tempo.

Noi non possediamo nessun ritratto di Lucrezia, eccezion fatta del medaglione impresso dal Lippi e conservato nell'arca S. Maurelio in Ferrara. Il Pinturicchio la raffigurò quattordicenne in una delle sale Borgia del Vaticano, per effigiare S. Caterina, ed un ritratto lo fece Bartolomeo Veneto; ma sì l'affresco del primo che la tela dell'altro sono ritenuti trasformazioni di date sembianze in altre simboliche.

Quanti perciò subiscono la seduzione delle memorie dovranno sognarla nel tripudio dei colori della fantasia e vederla così trasfigurata nell'eterno divino soffuso in ogni volto muliebre. Noi la vedremo sempre inginocchiata a pregare davanti all'altare di S. Michele in Castiglione.
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